Mi dimetto dagli ulivi
Mi dimetto dalle frisellate per turisti
Mi dimetto dalle pennellate di bianco sui centri storici
Mi dimetto dal dover amare indistintamente tutti i mie parenti
Mi dimetto da lu sole, lu mare, lu jentu.
Mi dimetto dal Sud
Io mi dimetto, e tu?
Comincia così la presentazione di Dimissioni dal sud, uno spettacolo dei Koreja, che io prendo in prestito per presentare le mie dimissioni dal sud. Da domani, venerdì sette settembre duemilasette, (ammazza quanti sette! un segno?) inizio la mia vita nuova a Roma: mi trasferisco. Forse qualche volta scriverò i motivi che mi spingono a farlo e cosa mi aspetto dalla città dove ho studiato e dove ho fatto tante esperienze: Roma.
Intanto mi dimetto dal sud, mi dimetto da una regione che non esiste come la Puglia che è solo un'unità amministrativa. Io non mi sento italiano, come diceva Gaber, e figuriamoci se mi sento pugliese! Mi dimetto dal non far niente, dal lasciar morire le cose, le attività, le persone. Mi dimetto dai baroni, dalle buone famiglie, dai dalemiani di Gallipoli e dintorni. Mi dimetto dall'Italsider di Taranto e dal Petrolchimico di Brindisi. Mi dimetto dall'ex Messapia (la terra tra i due mari) perché coloro che vi abitano adesso lo hanno dimenticato. Mi dimetto da queste terre feudi dell'Udc, di An, di Forza Italia. Mi dimetto dai fedeli delle processioni baciasantini in pubblico e bestemmiatori a casa propria. Mi dimetto da 33 anni di martirio, di isolamento, di disillusioni. Mi dimetto da Oria, il mio ex paese, una palude che ammuffisce le case, i palazzi antichi e un castello che si ostinano a considerare federiciano. Mi dimetto dal Regno delle due Sicilie che si fece infinocchiare prima da Garibaldi e poi dal cosiddetto stato unitario. Mi dimetto dal traffico in paesi di 15-10 mila abitanti che sembra quello di Città del Messico all'ora di punta. Mi dimetto dai cimiteri che sembrano palazzi del potere. Mi dimetto dalle strade strette con i tir che hanno ucciso mio fratello 10 anni fa.
Mi dimetto da questa cittadinanza che mi è stata data ma che non voglio più. Mi dimetto da questa società arruffona, individualista, assistenzialista. Porterò con me la mia cultura del sud, una cultura altra, che è prima di tutto cultura dei luoghi nonostante gli abitanti. Porterò con me Don Tonino Bello, Carmelo Bene, Domenico Modugno, la lentezza, il ritmo delle tammorre. Salvo solo pochissimi amici. Dimissioni irrevocabili.