giardinodeiciliegi

Tutto il mondo è il nostro giardino.
domenica, 06 maggio 2007

Le due chiavi per il successo

Athena"I più stupidi fanno più soldi e quelli intelligenti falliscono più spesso". Così Jacopo Fo commenta una ricerca dell'università dell'Ohio secondo la quale il quoziente intellettuale non è determinante per avere successo nella vita. Due sono i fattori che portano al successo gli stupidi mentre gli intelligenti falliscono, secondo Jacopo Fo. Il primo è la semplicità. Gli intelligenti, infatti, tenderebbero a realizzare progetti così tanto complessi da fallire. Gli stupidi invece farebbero dei progetti modesti e realizzerebbero una cosa per volta. Il secondo è l'intuito. Gli intelligenti tenderebbero ad analizzare, valutare e soppesare così tanto da essere sterili. Gli stupidi, al contrario, andrebbero "di pancia"  e quindi tendono a realizzare buoni affari grazie al loro intuito, al loro fiuto. Esempio di tutto questo, sempre secondo Fo, sarebbe la sinistra italiana così piena di artisti, cineasti, intellettuali eppure spesso incapace di attuare il suo grande potenziale.

Ulisse è il personaggio mitologico dell'intuito, del "fiuto" per eccellenza. La sua astuzia gli permette di trarre il più grande vantaggio possibile dalle circostanze e di sfruttarne l'orientamento favorevole. Non è certo uno che prima costruisce dei modelli e poi cerca di metterli in pratica. Non è uno di quei generali che schiera le truppe in battaglia come un geometra di cui parla Platone nella Repubblica. Questi due esempi sono tratti dal libretto Pensare l'efficacia di François Jullien (Laterza). E ci servono a capire la distinzione, di cui parla Jacopo Fo, tra gli "intelligenti" che pianificano in modo complesso e che falliscono e gli "stupidi" che sono degli opportunisti e che riescono ad avere successo. Esiste una terza via, complementare al fiuto e alla cultura del progetto e che è quella del non-agire, dell'intendere il processo come un processo e lavorare alla trasformazione piuttosto che alla pianificazione. E' questa la via dell'arte della guerra cinese, ad esempio. E che ritroviamo anche nel Tao the ching di Lao Tzu:

"Chi cerca l'erudizione,

ogni giorno aggiunge qualcosa.

Chi cerca il Tao,

ogni giorno toglie qualcosa.

(...)Conquisterai il mondo se lascerai

che ogni cosa segua il suo corso".

(Citato dalla traduzione di Claudio Lamparelli, Oscar Mondadori)

Chi segue la semplicità, quindi, è tutt'altro che stupido. Chi riesce a capire ciò che è essenziale si dimostra, invece, molto saggio. Perché riesce a trovare ciò che davvero conta, ciò che è naturale e compie tutto senza forzature. La semplicità, però, non è un punto di partenza ma di arrivo. Ci vuol tempo, per esempio, a scrivere una lettera semplice, come affermò una volta Kant. Ci vuol tempo, ad esempio, per realizzare un edificio semplice come ha avuto modo di dire ieri sera l'architetto Renzo Piano durante un'intervista a Rai Tre.

Oltre alla semplicità l'altra chiave per il successo sono le emozioni. Il quoziente intellettuale è responsabile solo per il 20% dei fattori che determinano il successo. Lo dicono, in modo autorevole, due professori dell'Università dell'Ohio in un loro articolo. E' un fatto: l'intelligenza, per quanto possa essere quella di un genio, da sola non basta. Qualcuno direbbe che ci vuole l'olio di gomito, la fatica, il lavoro come nella storiella che ho riportato ieri. Ma qui lo teniamo per scontato e ragioniamo, invece, sugli elementi di base per il successo nella vita, nel lavoro ecc. In inglese esiste un termine che è "smart" e che significa essere intelligenti, abili, furbi, brillanti, svegli, forti, rapidi, veloci. Un bel set di significati per una sola parola, vero? Come si fa ad essere "smart"? Ci vuole l'intelligenza emozionale: "It includes knowing what your feelings are and using your feelings to make good decisions in life" ( Essa racchiude la conoscenza di cosa sono le sensazioni e il loro utilizzi per prendere buone decisioni nella vita). Questa è la definizione di  "intelligenza emozionale" data da O'Neil e che io cito da un articolo di Nancy K. Recker. L'intelligenza emozionale è fondamentale per capire le nostre emozioni e utilizzarle al meglio per raggiungere le nostre mete nella vita. Quindi non è tanto un "andar di pancia" come si è affrettato a dire il caro Jacopo Fo ma un dialogo interno per controllare le nostre emozioni e empatia per capire e rispondere ai bisogni degli altri.

In conclusione per avere successo è necessaria un'armonia tra le nostre idee intelligenti e quindi le nostre capacità creative, di inventiva da una parte e la spinta propulsiva che può venirci dall'entusiasmo, dalla passione e dalle altre emozioni ben convogliate dall'altra.

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categorie: citazioni, politica, economia

Commenti
#1   07 Maggio 2007 - 13:58
 
Forse, nell'aver successo, c'entrano uno zinzino anche le, assolutamente non citate, ambizione e forza di volontà? Le persone che conosco che abbiano realizzato qualcosa di solido e duraturo, nella vita, sono decisamente più intelligenti degli altri (furbi compresi, che in genere sono meteore, nel cielo del successo), anche se esistono vari tipi di intelligenza... e in più si fanno un c... come un divano, perché gratis non hai nulla davvero e loro vogliono fortemente realizzare ciò che sognano, a costo di sacrificio. Un amico imprenditore distingueva colui che ha l'intuizione geniale, relativamente alla montagna - metaforicamente parlando - da scalare, e i manager, che quell'intuizione non l'avranno mai, ma sanno trovare la strada per arrivare in vetta. Cosa che ho spesso verificato essere verissima. Poi noi queste cose le sappiamo, a volte da secoli, ma abbiamo bisogno che gli americani, non avendo storia, le riscoprono, ci mettono la loro etichetta, le rendano "smart" e le spaccino per merce loro, e non solo in questo campo, facendo a volte delle vere scoperte dell'acqua calda, che solo la nostra dannata esterofilia e scarsa autostima ci impediscono di riconoscere come tali.
E' vero che anche il manuale sull'arte della guerra di Sun Tzu, in certo periodo, è andato molto di moda nella formazione manageriale, ma sinceramente io diffido parecchio dei travasi culturali fatti un po' alla cazzo, se mi perdoni il termine. Lao Tzu e L'arte della guerra, li comprende in realtà solo un sinologo, non un qualsiasi manager che ha studiato economia, se non forse il personaggio di Gekko in Wall Street, che però è stato creato da uno sceneggiatore...
Basta poi guardare l'etimo (latino) della massima parte delle loro parole chiave del successo.Quindi direi che trovo la dichiarazione di Jacopo Fo parecchio discutibile.
Circa la sinistra, parlarsi e gettarsi la croce addosso (come non bastassero quelle che getta loro addosso l'opposizione) e starsene in conventicole, invece di scendere in strada e parlare alla gente, è il suo grosso errore di sempre, IHMO ultimamente dilatato a dismisura, e non è sinonimo proprio d'intelligenza, tanto meno emotiva, che citi, e che da anni ormai fa parte del training del manager, e non solo.
Per me, il grosso problema della sinistra è questo, e il non saper comunicare, sempre troppo presa dal fare autocritica. Prendi le votazoni in Francia: nessuno sottolinea il fatto che si è passati, dal ballottaggio fra due esponenti della destra, ad una socialista al 43%! quindi,, la destra ha perso circa il 25 % dei voti che aveva, e con una presenza di votanti imparagonabile a quella che abbiamo visto ieri, perciò è probabile che la Francia in questo momento sia in realtà spaccata in due - questa crescita per me è una vittoria della sinistra, e fa ben sperare per le prossime votazioni, ma perché nessuno lo sottolinea?
Tornando all'intelligenza, senza scomodare sondaggi americani, quando mi occupavo di risorse umane, è vero che c'era chi (pochi) privilegiava candidati che fossero un poco sotto i voti massimi, nella convinzione che, soprattutto in certi percorsi formativi, l'eccellenza coincidesse con una maggior propensione alla teoria: quindi il laureato con lode se lo cercava il laboratorio di ricerca, quello con il 108 andava bene per una assunzione come Junior in una qualsiasi ditta. A prescindere dalla veridicità di questa opinione, vedi bene che si tratta di un ragionamento ben diverso da quello dell'Università dell'Ohio.
A meno che, visto che le persone davvero intelligenti pensanti e in gamba sono sempre di meno e al contrario, come dicevano già i Romani, la madre del cretino è sempre incinta, l'intento dello studio non fosse quello di consolare il cretino, ormai imperante, per accattivarselo.
:-(
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#2   21 Maggio 2007 - 12:17
 
A dire la verità entrambe le posizioni mi sembrano valide.
Può sembrare una mancanza di autostima cercare una soluzione di qualsiasi tipo all'estero, ma io credo che ognuno abbia dei talenti che prescindono dal posto in cui siamo nati, ma ci riguardano (e vanno scoperti) in una dimensione extraculturale...
Mi spiego meglio: io sono un "taoista" non per scelta, o perchè ho deciso di diventarlo, semplicemente perchè ho scoperto di pensarla allo stesso modo.
Detto ciò è vero che se non si conosce il cinese classico del taoismo ne perdiamo una grande parte....e in Italia, per quanto i sinologhi inizino a proliferare, anche i professori universitari di filosofia cinese - a quanto ho scoperto - non ne conoscono la lingua.
Così dell'Arte della Guerra abbiamo avuto per molto tempo la traduzione in italiano da un testo inglese di Thomas Cleary, il quale si è basato sulla traduzione della moglie, che è cinese.
Detto tra parentesi io non conosco il cinese; mi piacerebbe impararlo ma mi manca un po' la costanza...e in italia non ci sono neanche buoni libri per poterlo studiare: l'unico è di un professore universitario di Venezia, il quale non riporta la traduzione dei caratteri (cioè magari cita una frase intera, con la bella traduzione a fronte, ma assolutamente senza spiegare i caratteri usati, insomma non ha senso alcuno). Qualcuno mi ha sostenuto che neanche lui conosce il cinese.
Detto ciò ultimamente si trovano delle buone traduzioni di testi di filosofi taoisti in italiano, e anche se il taoismo risulta abbastanza ostico da introdurre nella nostra - diversissima - cultura, forse potrebbe offrire degli ottimi spunti di crescita.
Prima di tutto dal punto di vista della non violenza dell'azione, dal momento che lo scopo è lasciare che la spontaneità delle cose si realizzi da sè: nel mediare tra la spontaneità del mondo e la nostra volontà, l'azione va ridotta il più possibile, finchè anch'essa non sia parte della spontaneità del mondo. Così ci dice il taoismo. E se vogliamo dirigere gli eventi si può sempre provare ad indirizzarli, magari agendo al momento giusto, più che andargli contro.
Certo il taoismo ha una matrice più spirituale che non "magica": lo scopo non è ottenere il successo, nè fare alchimie degli eventi, ma in cina è stato interpretato anche in questo modo (da Sun-tzu, e dal taoismo alchemico), e non vedo perchè anche in occidente non potrebbe entrare da questa finestra.
Tra l'altro quello che c'è in gioco è l'energia: e non solo quella spirituale personale, anche quella che sta alla base del mercato. Il principio è sempre quello della spontaneità delle cose: se le sappiamo indirizzare ci porteranno inifinite ricchezze.
Anche la forza di volontà, che credo importante per il successo, può essere reinterpretata con questi principi.

ps. forse il problema dell'intelligenza è la propensione alla vertigine, e alla fuga (ad esempio nella teoria)...ma la stupidità non mi sembra una grande soluzione. La semplicità si: sia quella del genio, o quella taoista, o della persona semplice e di cuore (che è il più taoista di tutti).

Ciao a tutti
Tulku
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#3   22 Maggio 2007 - 08:57
 
Quello che intendevo io, molto banalmente, è che introdurre un pezzo di tradizione culturale, avulso dalla conoscenza del resto della civiltà che lo ha prodotto, soprattutto in un contesto completamente diverso, per valori e ideologia, se non addirittura opposto, oserei dire, è una operazione di marketing ...e basta.
Sia chiaro che non sto contestando la validità della filosofia taoista: uno la può studiare e trovare risposte che in altri contesti gli sono state negate, ma è la moda americana, non avendo radici culturali proprie, dato che in realtà non ha storia propria, quella di appropriarsi, mettendoci sopra poi la propria etichetta, di quelle altrui. Che sia il De retorica di Cicerone, per farlo diventare una delle basi del business writing, che poi ci rivende con master costosi prsso i propri campus, o appunto Sun Tzu.

A me risulta che lingue orientali si studiano a Napoli, e a quanto so io abbastanza bene (comunque presumo che un consolato o l'ambasciata cinese questo genere di informazioni dovrebbero essere in grado di darle; per la Cina non lo so, ma spesso per altri Stati sono le nazioni stesse tramite le strutture diplomatiche ad istituire dei corsi di apprendimento della propria lingua,e a gestire gli eventuali esami che ne certificano i livelli di conoscenza richiesti prevalentemnente per i permessi di lavoro).
Il Taoismo è una filosofia di vita che secondo me dovrebbe diventare totale, per l'individuo, cioè impregnare naturalmente ogni attimo e scelta della sua vita. Ora, se sentirsi dire determinate cose da un sensei (termine giapponese, lo so, ma il Giappone accetta e studia anche la lezione del taoismo, oltre a quella del buddismo zen, importate entrambe dalla Cina) può avere un senso in un contesto di ricerca esistenziale, trovo che ne abbia molto meno la frasetta ad effetto, tipo raccolta di aforismi da usare/sfoggiare nell'occasione giusta, avulsa dal contesto e usata ad hoc per il manager aziendale, che se va bene come cultura non conosce neppure Adam Smith e la sua mano fatata (peraltro accettabile ormai solo a livello di microeconomia...)
La logica dell'azienda è il profitto: come si può conciliare questo, che associa una notevole aggressività e violenza, con la non violenza dell'azione, o adddirittura la non azione (non dimentichiamo che per Lao Tzu l'acqua è il più perfetto degli elementi perché non ha forma propria ma si sa adattare a quella del contenitore: lezione di vita certamente importante, se capita davvero ed applicata nel quotidiano, ma in una azienda, a parte ricordare che occorre adattarsi alle esigenze del mercato, cosa che si sa benissimo, che altro può dire?)

Per esemplifiare il concetto, consigliere la attenta visione del colloquio fra Showa-Tennō o Hirohito (per fra l'altro cita proprio L'arte della guerra, ed appare un po' disgustato che per ciò l'americano scambi il filosofo SunTzu per un giapponese) e il generale MacArthur, nel bel film Il sole di Sokurov, nel negoziato per la resa del Giappone alla fine della II guerra mondiale. Pur esprimendosi entrambi in inglese, dato che fortunatamente Hirohito conosceva molte lingue occidentali, pare ugualmente che i due si esprimano in un linguaggio diverso...e meno male che MacArthur seppe, intelligentemente leggere fra le righe quello che in realtà un occidentale avrebbe detto esplicitamente, mentre l'imperatore invece conversava di biologia marina e rispondeva apparentemente svagato e dissonante a precise domande dirette...
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#4   22 Maggio 2007 - 17:02
 
Beh non ti nego che la mancanza di cultura crea degli enormi mostri (basta pensare alla lettura che Hitler ha dato di Nietszche, tramite il marito gerarca della sorella) o strani ibridi che a poco servono.
Lo stesso Sun tzu ping fa è un testo che va usato contro la propria coscienza. Cioè è un testo spirituale e psicodinamico a tutti gli effetti, non un semplice manuale di strategia. E sicuramente in pochissimi lo sanno.
Tuttavia, a prescindere dal fatto che io sia taoista o meno (non è affatto detto che il taoismo sia la soluzione al problema della vita, anzi...per i taoisti delle origini l'esistenza umana è come una cisti!), non mi armerei contro una cattiva interpretazione. In genere è un passo necessario per una crescita.
D'altronde anche Schopenhauer sosteneva che il Samkhya Sutra era vicino al suo pensiero, ma in realtà sembra che lo avesse frainteso. E a inizio novecento, lo studio della filosofia orientale è andato avanti con Giuseppe Tucci sul tibet, che ci ha mostrato lati misteriosi ed attraenti di quella zona, ma non granchè veritieri.
Sono con te, invece, sul fatto che un qualsiasi americano si appropria di Cicerone (o di Aristotele per il cinema), ci mette il bollino, e tutti gli vanno appresso. E non si rendono neanche conto che, per quanto bellissima, la poetica di Aristotele non basta per fare dei film contemporanei. Voglio dire: non andiamo molto lontano.
Cioè mi rompe chi pone un'auctoritas su un argomento, quale che sia: l'autorità l'ha inventata Tertulliano per la chiesa cattolica, per poter rigirare i vangeli a proprio piacimento e fare ordine nella dottrina. Ed è più un arma che altro. Come la corsa agli albi, per appropriarsi di una professione.
(Per questo mi sono soffermato sul malcostume delle Università italiane riguardo alla filosofia cinese. E potrei aggiungere dati e nomi. Senza nulla togliere alla famosa università di Napoli orientale, e a Filippani Ronconi, che non conosco affatto.)
E' una cosa disarmante. la corsa all'albo mi sembra una specie di corsa agli armamenti, e la cultura un grande sport, dove competere in citazioni e grandi insegnamenti da elargire. Per non parlare del cinema, dove vale soprattutto l'essere un figlio d'arte, o un discreto politico.
O il marketing, che non conosco, ma me l'immagino: americani che leggono Cicerone, ci fanno degli schemetti belli e pronti per l'uso, un esperimento "scientifico" se va bene, e lezioni che in Italia paghiamo 4000 euro l'anno.
Siamo di fronte ai limiti della democrazia e a quelli dell'oligarchia. Nel lavoro come nella cultura o altrove. E pare che abbiamo a che fare più che altro con i difetti di entrambi.
Comunque per me questo discorso è aperto, e il punto mi sembra la difficoltà di farsi conoscere per il proprio (presunto, ma parlo per me) valore.
ciao
TulKu
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#5   22 Maggio 2007 - 17:35
 
Ps. l'ambasciata cinese può dare degli ottimi suggerimenti per il cinese moderno (dopo la riforma di Mao-tze-tung), non credo per quello classico o dell'epoca T'ang, nè per quello buddhista.
Anche perchè i libri che abbiamo in Italia sono sempre gli stessi.
Per quanto riguarda l'economia, ti so dire poco perchè poco ne so. Però credo che dei principi semplici ma essenziali si possano ricavare dal taoismo e dai suoi derivati. E seguire il tao - il fine di tutti i libri taoisti - ossia parteciparvi, può essere simile a seguire il mercato.
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#6   22 Maggio 2007 - 19:11
 
Tertulliano ce l'aveva un po' con tutti, era un polemista di mestiere: ogni epoca deve avere il suo Sgarbi! anche se mi auguro non lo facciano diventare (Sgarbi)anche lui un dottore della chiesa, fra qualche secolo
:-D
Tu parli di studiare cinese t'ang ...
Se penso al fatto che per uno storico che si voglia avvicinare ad un testo ad esempio medievale, anche già edito da altri, per curarne una sua interpretazione o anche solo leggerlo in originale, quindi magari accedendo alle trascrizioni più antiche esistenti, sono necessari, oltre a conoscenza del latino medievale (e quindi di quello classico, anche se poi il medievale è imbastadito) e della filologia, anche conoscenze di paleografia e/o diplomatica, di esegesi, di approfondita conoscenza storica del momento nel quale l'opera sia stata scritta, etc...
non credo quindi che studiare cinese antico, sia pure impresa epica da sola, sia sufficiente per risolvere il problema.
Tornando al taoismo, o al buddismo zen, nel ricordare che in ogni caso non era il tema del post, credo si tratti di filosofie di vita che si pongono l'obiettivo di portare l'allievo ad un livello di consapevolezza e di conoscenza interiore, così da porlo in contatto con energie che hanno a che fare con il proprio istinto e il modo più corretto di usarlo, per condurrre alla scoperta della Via; è quanto vediamo, quando ben applicato, nei kwoon dai sifu, dato che le arti marziali sono il terreno ove credo più facilmente sia visibile l'applicazione concreta dei principi anche da Tulku citati: l'uso del ribaltamento della violenza, l'attività e l'inattività etc . Ora tutto ciò non lo apprendi né studiando un manuale, né seguendo un seminario o leggendo un libro o facendoci un esame al college...
anche se fra i manuali accettati dagli strateghi militari attuali, come materiale di studio, assieme ad un altro classico, Cesare,e al sempre verde Von Clausewitz, fra gli altri il Ping Fa c'è ancora, usato a suo tempo anche da Mao.

Ma conscendo un po' i miei polli "mangeriali", di fronte ad una affermazione come
"per valutare corettamente devi ripospondere a queste domande: quale sovrano ha il miglior Tao?"
ho una certa perplessità che essa venga compresa davvero, anche se qualche riga più sopra, Sun Tzu la sua definizione di Tao l'ha data, ma io ricordo anche quella di Lao Tzu, e insomma, non ci credo che compendere ciò che realmnete un orientale vissuto nel IV - V secolo a. C. sia così semplice né da insegnare, né da applicare poi alla gestione managerile di un'azienda. Cosa vuol dire, nella concretezza, la guerra è il Tao dell'inganno? quando già comprendere realmente ciò che sia il Tao è una specie di illuminazione.
Che poi, in politica aziendale occorra vincere il più in fretta possibile, col minimo di perdite e il massimo profitto, e che ciò si possa ottenere solo con un'attenta valutazione delle forze nemiche (e società per la raccolta di informazioni commeriali, come la Lince spa sono nate apposta) e un'attenta programmazione delle azioni da intraprendere in conseguenza di tutto ciò, credo che qualsiasi idiota lo possa intuire, anche senza scomodare quello che probabilmente è il più antico stratega del mondo.
Se poi un manager riesce davvero a studiare questa disciplina, facendosi che essa gli faccia percedire la Via, credo che ciò sia una eccezione e abbia a che fare col suo carattere e la sua peculiare natura umana, più che da una moda che, come dicevo, lanciata dallo squalo dell'alta finanza di "Wall Street" , finirà per essere totalmente dimenticata sino alla prossima scoperta "cool" americana ( che ovviamnete noi, esterofili convinti, scopiazzeremo)...
:-(
;-)
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#7   23 Maggio 2007 - 12:48
 
Beh...forse ti posso rispondere al fatto che "la guerra è il tao dell'inganno". Probabilmente si riferisce al fatto che L'arte della guerra si basa sulla trasformazione del Taoismo in strategia.
Cioè dove prima si parlava di non-azione, con Sun Tzu abbiamo ad esempio: "fingi di indietreggiare e in realtà avanza", o il contrario.
Mi spiego peggio: la non azione, dal punto di vista della sua struttura logica, è una forma di prassi che non può essere considerata a tutti gli effetti un azione (nel senso classico o confuciano, in cina). Cioè il suo risultato da un valore inferiore a 1; oppure è 1 e -1 assieme.
Se il suo risultato fosse maggiore di 1, ci sarebbe una reazione contraria dello stesso valore che renderebbe inutile l'azione compiuta.
(Trezeguet ci segna agli europei e la Francia vince, e sbaglia il rigore ai mondiali, e vince l'Italia: ps. non prendermi alla lettera, ma è un caso lampante.)
In altri termini l'esercito avanza senza avanzare, che però non è la stessa cosa di fingere di indietreggiare, avanzando: il senso dell'avanzare senza avanzare non è il fare finta di nulla, ma ad esempio porsi in secondo piano e ottenere il potere.
Questo forse potrebbe spiegare un lato del fatto che la guerra è il tao dell'inganno.
Stiamo parlando dell'arte dell'ingannare, secono il principio logico della non-azione. Pessimo.
Beh io ti saluto e me ne vado al mare. Sarebbe interessante, e più vicino al tema del post sapere cosa distingue un semplice da uno stupido: forse il fatto che uno stupido fa una cosa stupida. E il semplice può essere anche geniale.

ps. Giusto per contraddirti un po', secondo me conoscere storia, contesto ecc. è sicuramente importante (per conoscere il linguaggio di un'opera, non solo la lingua) però i filosofi sono un po' come i matematici, aridi allo stesso modo, e culturalmente pressochè intercambiabili: una teoria matematica vale in Cina come in Perù, o non vale affatto.
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#8   23 Maggio 2007 - 20:06
 
ps. e infatti mi hai frainteso: una teoria matematica deve essere valida anche in Perù, ma se tu usi il sistema dei nodi alle cordicelle per contare, poniamo, oppure il tuo sistema di conteggio è, come presso certe popolzioni: uno, due, tanti, magari ti risulta un po' difficile compenderla e appalicarla semplicemente al tuo mondo...
Ulfila ebbe grandi problemi a tradurre la Bibbia in Goto, perché determinate categorie culturali, come compassione, linguisticamente non esitevano, e quindi lui dovette adattare dei conceti ad una menatlità ch eli affrontava in quel modo per la prima volta.
L'intermediazione culturale è una realtà, io volevo sottolineare solo qusto. Anches olo acostare un testo di una disciplina ce non consci, come l'economia, poniamo, o la giurisprudenza, ti mette in difficoltà finché non acquisisci giusti strumenti per decodificare ciò che leggi. Oppure ti accontenti di leggere, e capire poco o nulla... ognuno fa le sue scelte.
Ti ringrazio per la piegazione, ma non l'avevo chiesta: anch'io, in gioventù, ho letto un po' di Lao Tzu e Sun Tzu...
;-)
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#9   24 Maggio 2007 - 01:53
 
Beh la cosa difficile per me è accostare Sun tzu all'economia soprattutto per una mia completa ignoranza in materia di economia (nonostante che da piccolo a casa si parlasse spesso di fideiussioni e cose varie...non ne ho tratto granchè)...
Però devo dire che mi sarebbe piaciuto farlo...anzi per un po' il mio sogno era proprio di ottenere una cattedra di Taoismo ad economia dove poter insegnare la non azione e toccarmi la barba come il maestro di arti marziali di Kill Bill...
più seriamente hai ragione sulla mediazione culturale, però forse la prendi troppo sul serio...
Cioè non è detto che comunichiamo realmente: è possibile incontrarsi, comunicare forse no
(Anche secondo Lacan.)...o perlomeno è una prospettiva da dover prendere in considerazione seriamente quando si parla che "non è poossibile non comunicare"...(frase tanto citata dai pubblicitari e scienziati della comunicazione...).
In qualunque caso non possiamo decidere su come una parola o un concetto venga preso o interpretato in un normale dialogo...in una mediazione culturale scegliamo di afforntare questo limite, ma le falle sono tante...
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#10   24 Maggio 2007 - 15:53
 
Allora, intanto nella comunicazione ci ho lavorato, e la teoria della comunicazione la conosco, così come conosco gli orrori che la sua ignoranza produce, quindi se la prendo sul serio, ho anche i miei buoni motivi. La comunicazione è raggiungibilissima, purché esista un codice comunicativo comune, e ovviamnete la volontà di comunicare, ed era quello che io dubitavo potesse esistere naturalmente, senza un accurato lavoro di preparazione, fra un rampanate, carnivoro, bravo manager dell'Illinois e un filosofo taoista. Poi sì, è vero che ci sono cose incomunicabili: la Via, a mio avviso lo è. Tutti i maestri lo dicono, che c'è qualcosa che non si può passare all'altro, almeno sinché l'altro non lo ha compreso da sé, con l'illuminzione. Cosa che non è affatto detto avvenga per tutti.

Circa il taoismo di Sun Tzu, che ripeto, a quanto mi consta in accademia militare (e quindi in un contesto ritenuto congruo) è ancora insegnato, io volevo solo dire che, ed è l'ennesima volta che lo ripeto in vario modo, reputo in genere delle operazioni di innesto una tantum di una filosofia o di una disciplina, che per caso è l'Arte della guerra, ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa, avulsa da tutto il resto del contesto (che in questo caso potrebbe essere per esempio, non il taoismo, ma proprio l'insegnamento dell'economia, rispetto alla quale dichiari di non conoscere nulla, e non stento a crederlo, dal momento che infatti la fideiussione che usi come esempio, è termine giuridico e indica semplicemente la diponibilità a farsi garante economicamente per un terzo che acquisisce un debito - es classico, con una banca: insomma, se il debitore è insolvente, paghi tu, fideiussore, al posto suo. Come scrivi tu, il caso è lampante!)
Comunque, di fatto dai ragione a me: fai fatica ad accostare taoismo ed economia, perché conosci l'uno, ma non l'altra - io sostenevo la
stessa cosa, solo invertendo i fattori, il che, fra l'altro, è molto più comune accada. Circa poi la fantasia su di una cattedra in taoismo, battuta per battuta, mi pare che la Via predichi anche l'umiltà, ma forse ricordo male io.
Poi, per carità, serissimamente il Tao è stato accostato alla fisica, alla psicanalisi e alla psicoteapia, al web, al sesso (ah, lo scatenamento delle energie vitali nell'unione di yng e yang!)...persino al buffo orsetto Winnie the Pooh. Perché quindi non al mangement?
Tutti al liceo studiano storia della fiosofia, ma quanti sanno comprendere realmente l'insegnamento di quei filosofi che tu definisci aridi, solo perché probabilmente in realtà sono ostici da digerire,e qualcuno, sia fra di loro, sia fra chi li spiega e li insegna, si sbrodola addosso per il senso di potere che dà il conoscere in esclusiva un linguaggio "ermetico", solo per pochi.
Perché con un filosofo, che provienendo da una realtà culturale, con principi e valori diversissimi dai nostri, dovrebbe essere diverso, se non capiamo, spesso, nemmeno Aristotele, o Hegel?
Certo, e questo era quello che volevo dire, senza iniziare una infinita discussione su di un argomento marginale del post, che mi avrebbe anhe un o' annoiato, a questo punto, il manager, nel suo percorso formativo ufficiale può essere che incontri il tao; oppure che, come in libreria compra un nuovo testo di marketing o di logistica o di gestione aziendale, compri anche il tao e il management... perché no?
Ho avuto per anni come cliente la filiale italiana di una multinazionale USA dove, occupandosi di quotazioni in borsa di aziende, certificazione bilanci, revisioni contabili etc erano tutti laureati in economia, fra l'altro, e in effeti, uno dei soci anziani, mi raccontava il flglio, praticava arti marziali dalla giovinezza e ne traeva un grande equilibrio interiore, percepibile anche direttamente, e che portavava anche sul lavoro; la mia diretta referente, all'ufficio comunicazione, era appassionata di Yoga, e sono convinta che questo in qualche modo inevitabilmente influisse anche sul modo di lavorare, ma gli slogan che usavano loro spingevano verso il coaching, il lavoro di squadra, la famosa intelligenza emotiva etc. E sinceramente, pur essendo tutti quelli che ho avuto modo di conoscere, persone simpaticissime e molto elastiche mentalmente, fra l'altro, non so quali mi sarei visto seriamente con il tao e il management nella 24 ore... dato che più che di economia, parliamo di gestione dell'azienda, il che comprende più che la non azione, o l'avanzare senza indietreggiare (cosa che ai miei clienti credo succese solo grazie allo scandalo americano Enron) lo stimolo e la motivazione del personale, la sua fidelizzazione, la sua crescita culturale, dato che la ricchezza delle aziende, sempre più è data dalle risorse umane. Forse l'arte della gerra potrebbe essere utile a un "cacciatore/tagliatore di teste": lì sì la logica diventa guerresca e spietata. (spero che almneo qusto termine grgale ti sia familiare, ma mi sembra comunque molto intuibile)
Ma anche ammettendone il valore in campo economico, mi spieghi perché Cina e Giappone, che godevano del privilegio di poter accedere benissimo a questa fonte, sono rimasti, sino all'epoca meng e sprattutto alla Seconda Guerra Mondiale uno, e alla rivoluzione Maoista l'altra, realtà economicamente paragonabili a quelle del nostro medioevo protoindustriale, e solo ora, sull'onda del contatto con l'Occidente (per il Giappone) e dell'apertura dei mercati all'occidente, per la Cina, paiono apprezzare i principi economici occidentali?
Eppure il taoismo ce l'hanno dal IV secolo prima di Cristo...
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#11   24 Maggio 2007 - 20:14
 
Probabilmente perchè è il confucianesimo ad avere sempre la meglio, e a legarsi al potere politico non il taoismo.
Detto ciò, la mia idea di base - a prescindere dall'economia - è che il taoismo è una filosofia che si lega a tutto, questa è la sua grandezza. Come hai detto tu: dalla fisica (proprio in questi giorni mi sto leggendo F.Capra), a Winnie the Pooh.
Perchè all'economia no?
Tra l'altro per me una delle sifde più interessanti della filosofia moderna è lo spostamento di una teoria in ambiti diversi, come ha fatto D.Hilbert con la gemetria non euclidea, applicata al DNA. E sembra che gli funzionasse.
Quanto al resto, non se se si era capito ma io sono d'accordo con te: la fenomenologia dello spirito di Hegel è forse il libro più difficile della storia della filosofia.
Il fatto che ancora non lo abbiamo capito non ci vieta di studiare altro.
Se poi i tempi non sono maturi, visto l'ambiente manageriale dell'economia, questo non lo posso sapere.
E io non parlo dell'arte della guerra e degli squali che la possono utilizzare ma del taoismo delle origini, da applicare all'economia.
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#12   24 Maggio 2007 - 21:14
 
Inoltre...il fatto che i cinesi abbiano prezzi bassissimi, e stiano crescendo come mercato grazie a questo, non è forse uguale ad un'avanzare fingendo di indietreggiare?
Sembra che noi andiamo in cina ad aprire fabbriche e che qui arrivino automobili da 5000 euro nuove...e tra i due mi sembra che chi avanzi siano i cinesi.
Comunque, per restare nel post, la mia idea di fondo (per questo tra l'altro il taoismo) è che se non contiamo la mente in ciò che facciamo difficilmente potremmo raggiungere il successo. Il meccanicismo secondo me non porta proprio da nessuna parte.
La mente è la via
ciao a tutti, e buona serata
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#13   25 Maggio 2007 - 11:19
 
e infatti il taoismo è una filosofia d' élite... cmq in Giappone credo che a livello statistico, più che il confucianesimo, andasse ancora l'animismo, anche se agli antropologi moderni è un termine che non piace molto - diciamo il culto degli antenati...
E in Cina, Mao usò Sun Tzu, come stratega militare, nel pianificare la sua Marcia...
la realtà è che anche lo sviluppo industriale risponde a leggi precise, sia a livello locale che di macroeconomia... e nell'economia, a parte un po' di "filosofia" ( per quello citavo la mano fatata del mercato, di Smith, molto suggestiva, anche se reale ormai solo in casi molto limitati), c'è più matematica che altro. Il mercato cinese non è interessante economicamente tanto perché ha prezzi bassissimi, che è la stessa pessima logica che ha animato, per esempio, il cattivo imprenditore, sino a qualche anno fa, che apriva industrie nei paesi dell'Est, ancora non comunitari, e quindi non aveva costi aggiunti allo stipendio da fame che pagava agli operai, tipo previdenza sociale, contributi vari, etc...ma perché è un mercato paurosamente immenso, in potenza, sul quale gettarsi, non per depredare o approfittare - che è pessimo management, fatto spesso già programmando una bancarotta fraudolenta appena il paese di Bengodi smette di esseerterritorio di caccia selvaggia e riceve anche lui regole da rispettare - ma per interloquire e avviare affari. Ed è chiaro che chi ci arriverà per primo, avrà i migliori risultati. Ma non credo occorra leggere né Hegel ne l'intera storia della filosfia mondiale per capirlo.
Dopo di che, non proseguirò oltre questo discorso, che ritengo esaurito oltre ogni limite. Mi sto annoiando io a scrivere, figurati chi mi legge...
A meno che, ovvio, Giuseppe non decida di dedicare un post specifico alle filosofie orientali contrapposte a quelle occidentali... cosa che qusto post era ben lontano dall'essere.
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#14   25 Maggio 2007 - 13:30
 
Prima o poi dedicherò qualche post al Tao. Comparare la filosofia occidentale a quella occidentale è invece troppo per le mie misere conoscenze ;-) Vi ringrazio per il dibattito che mi ha dato la possibilità di saperne di più su un po' di cose. Spero seguirete anche i nuovi post :-)
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#15   25 Maggio 2007 - 16:10
 
infatti, Giuseppe: una sola unica ultima cosa - anche senza essere orientali, se si è scemi (e il meccanicismo attiene a questa tipologia) non si va da nessuna parte, né in Occidente, né in Oriente. Mi pareva talmente ovvio che la mente, possibilmente di qualità, è indispensabile in qualsiasi impresa umana, non solo economica, da non meritare neppure di sottolinearlo, ma vedo che sbagliavo.
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#16   26 Maggio 2007 - 21:24
 
A volte l'ovvio sfugge, e la propria miniera viene scavata per ultima...
ribadisco il principio della mente, intesa ovviamente all'interno dell'oggetto che utilizziamo o indaghiamo, non solo nel soggetto che la indaga.
qualcuno dice che non esiste nient'altro che la mente, eppure è il grande escluso da ogni discorso.
beh, per ora vi saluto, a presto

(sperando che i taoisti cinesi non colonizzino troppo presto il nostro mercato, nè che gli arabi vincano la loro guerra di religione contro la nostra visione materialistica della storia).
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#17   27 Maggio 2007 - 00:21
 
ma chi gliela ha mai toccata la mnete?
Guardi poi che la visione materialistica della storia è ...storia da un bel pezzo: solo gli sprovveduti o i mal informati lo pensano ancora.
Quanto ai taoisti cinesi e alla visione medievale che hanno i musulmani, in particolar modo sciiti, della società, mi pare che i suoi tentativi di provocazione ( o umorismo, non ho ancora capito bene a quale categoria appartengano) si rispondano da soli.
Stia bene: avere poche idee, ma ben radicate, è certamente un modo di vivere più serenamente.
Credo che a questo punto non ci sia proprio più nulla da aggiungere, almeno per quanto mi riguarda...
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#18   27 Maggio 2007 - 10:51
 
Tu dici che queste idee sono ovvie, o superate, o implicite...e commenti la loro futilità senza neanche averle ripensate.
(e magari fossero veramente ovvie o implicite, vorrebbe dire che ci appartengono prima ancora che le pensiamo)
Sinceramente comunque trovo tutta la discussione un po' sterile.
Perciò, ringrazio Giuseppe per lo spazio sul blog, e vi saluto.
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#19   28 Maggio 2007 - 20:00
 
Adesso, visto che anche la mia pazienza ha un limite, sono IO ad essermi stufata per davvero: mi dica dove, DOVE, io taccio di futilità o di obsolescenza, anche solo indirettamente, le idee alle quali fa riferimento?
Tutt'al più trovo futili certe pretenziose operazioni "culturali", tipicamente americane, che pretendono di ridurre a superficiali pillole di cultura, culture millenarie agli States estranee, per fagocitarle pretenziosamente, come se ciò fosse corretto e possibile, e poi spesso risputarle come fossero farina del proprio sacco...
E se lei avesse letto con attenzione ciò che ho inutilmente ripetuto,(in vari modi, nel vano tentativo di raggiungere quella comprensione che, ahimé, da parte sua non c'è mai stata), invece di impartire lezioncine su cos'è secondo lei il tao (e mi ricordo molto bene la definizione che ne dà Lao Tzu, un pochino più complicata e metafisica della sua) o su come o dove poter trovare il modo di studiare in Italia il cinese antico, prima di studiare seriamente quello moderno standard o putonghua, o trastullarsi nella fantasia infantile di insegnare taoismo applicato all'economia, in una facoltà di economia, quando non sa neppure cosa sia una cosa elementare come la fideiussione, si sarebbe accorto molto bene che la mia critica era rivolta a certi malvezzi Usa, e che è solo e sempre quello ciò che ho detto,così come che per la mentalità americana, l'universo orientale credo che sia quanto di più ostico possa esitere.

Se c'è una cosa che non sopporto ASSOLUTAMENTE
è che mi vengano attribuite affermazioni che non ho fatto, così come ha più volte fatto lei, sino a questa ultima madornale sul mio preteso giudizio di inutilità e futilità!
Ora capisco perché ritiene impossibile la comunicazione, e i suoi scambi finiscono - eccicredo! - per risultare sterili: lei non sa comprendere, e quindi comunicare correttamente, neppure con qualcuno che parla la sua stessa lingua ed è nato nello stesso ambiente culturale, figuriamoci comprendere realtà diverse dalla sua, nonotante abbia sposato una cinese, coem citiene a specificare!
Impari intanto a leggere e capire correttamente l'italiano, prima di fantasticare di dedicarsi a imprese titaniche come lo studio della "lingua elegante" usata da Confucio... sono convinta che i suoi scambi di opinione diventeranno più fertili, e soprattutto, corretti semanticamente.
(sapesse quanto ho trovato sterile e noiosa io tutta questa sua pretenziosa discussione....)

Mi scuso col padrone di casa per lo sfogo, ma non aspirando alla santità, ogni dieci volte che sto zitta facendo finta di nulla, me ne concedo una undicesima nella quale mi sfogo,vivaddio!
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#20   28 Maggio 2007 - 20:42
 
Il padrone di casa, cioè io, è un po' dispiaciuto che vi siate beccati alla fine. Ma alle volte una sana guerra è meglio di una finta pace. Propongo di chiudere con questo mio commento la discussione. Spero siate d'accordo.
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Nome: Giuseppe Vitale
Dopo aver studiato a Roma la storia della "gente che fa la storia" ho conosciuto il papà di tutte le maschere della commedia dell'arte: lo Zanni. Nel 2003 ho partecipato al film L'amore ritorna con la regia di Sergio Rubini. E poi, in un seminario, ho conosciuto Dario Fo. Nel 2005 mi sono laureato in lettere e l'anno dopo ho conosciuto la figura del clown. Ora mi esercito nell'improvvisazione teatrale. Come Trofimov, ne Il Giardino dei ciliegi, mi sento sbattuto dal destino ma con il presentimento della felicità futura.

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